Lamezia Terme

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Lamezia Terme

Nella seduta del 18 ottobre 1967, la I Commissione permanente (Affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno) del Senato della Repubblica, approva la "Costituzione del Comune di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro", grazie alla proposta di legge dell'On. Foderaro, congiunta a quella di iniziativa del Sen. Arturo Perugini.
L'art. 1 della proposta di legge dice testualmente:
"I comuni di Nicastro, Sambiase e Santa Eufemia Lamezia in provincia di Catanzaro sono riuniti in un unico comune con  la denominazione di Lamezia Terme".
Il decreto di attuazione della legge istitutiva del nuovo comune previde la nomina di un commissario prefettizio e il 15 novembre 1968 i sindaci dei tre comuni operarono le consegne al rappresentante dello Stato alla guida della Città. Il suo mandato avrebbe dovuto durare solo per un semestre, ma si protrasse fino alla primavera del 1970, poiché il Governo decise che le prime elezioni del nuovo comune si sarebbero dovute tenere nella tornata elettorale nazionale del giugno 1970, quando per la prima volta si sarebbero anche tenute le elezioni per la Regione Calabria, istituita in quel periodo. Il primo Sindaco di Lamezia Terme fu Arturo Perugini che si insediò il 28 settembre 1970.

Scavi Castello Normanno

L'intervento di scavo archeologico ha riguardato due aree del castello di Nicastro finora mai indagate, localizzate al di sotto del donjon (torrione) normanno-svevo, una sul versante ovest, una sul versante est. I precedenti interventi di scavo archeologico avevano permesso di individuare le grandi fasi di costruzione, di restauro, di ampliamento che, a partire dall'epoca normanna, si succedettero senza soluzione di continuità fino al momento dei due grandi eventi tellurici, che portarono al definitivo abbandono del castello, quello del 1638 e del 1783. L'indagine archeologica ha permesso di portare alla luce l'imponente rupe rocciosa su cui fu costruito il torrione normanno-svevo: oggi è possibile osservare l'imponenza della struttura fortificata poggiante direttamente sul banco roccioso secondo i dettami dell'architettura dell'epoca normanna. È inoltre venuto alla luce l'originario sistema di accesso alla sommità, tramite una scala in pietra, obliterata nella fase angioina da un imponente muro di sostegno della rupe stessa.
Alla fase di XIII - XIV secolo è anche attribuibile un muro di cinta più antico con andamento leggermente diverso da quello cinquecentesco che lo utilizza come fondamenta per il proprio alzato. Una grande area di lavorazione artigianale è stata portata alla luce nella parte orientale, con una fornace per la produzione associata di oggetti in vetro e in metallo (prima e seconda lavorazione) e una grande calcara scavata nella roccia, circondata da grossi frammenti di pietra verde locale pronti per essere sbozzati. Si tratta probabilmente del cantiere di XIII - XIV secolo per il rifacimento e restauro del torrione e l'ampliamento del circuito murario. A questa fase di cantiere succede la costruzione di un'ampia sala rettangolare di rappresentanza le cui volte a crociera erano sorretta da due pilastri a pianta ottagonale.
Alla fase cinquecentesca appartiene il complesso sistema di canalizzazione dell'acqua visibile sulla rupe del torrione: l'acqua defluiva verso la grande cisterna del castello, localizzata in basso, attraverso tre condutture in terracotta. È anche visibile un pozzetto di ispezione di una di queste canalizzazioni.
Alla fase di XVI - XVII secolo appartiene un grande ambiente rettangolare appoggiato al muro di cinta cinquecentesco, destinato probabilmente ad ospitare le cucine del castello: un grande forno, di cui si conserva la base di appoggio in mattoni refrattari, si trova nell'angolo nord dell'ambiente. All'esterno di questo edificio è stata messa in luce una fornace per la produzione di ceramica, anch'essa riferibile a questa fase.

Scavi Abbazia di Santa Maria: A partire dall'aprile 2006, sotto la Direzione Scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, sono in corso di svolgimento le indagini archeologiche nel complesso medievale dell'abbazia di S. Maria di S. Eufemia, in loc. 'Terravecchia' a Lamezia Terme. Questi lavori sono parte del progetto denominato 'sinus lametinus' redatto negli anni passati dall'arch. Natale Proto per conto dell'Amministrazione Comunale di Lamezia Terme. Sulla scorta delle ricerche pregresse condotte nell'area lametina dalla Soprintendenza il progetto aveva localizzato tre grandi poli archeologici: il castello normanno-svevo di Nicastro, l'abbazia benedettina di S. Maria di S. Eufemia, l'area di 'Iardini di Renda' dove sono stati identificati i primi resti della città greca di Terina, colonia di Crotone.

Il complesso abbaziale dell' abbazia di S. Maria di S. Eufemia, fondato da Roberto il Guiscardo nella seconda metà dell'XI secolo nell'area di un precedente monastero bizantino, è un monumento già noto agli studiosi del settore, ed era già stato oggetto di due campagne di scavo negli anni '90. Grazie a questi interventi era stato possibile ricostruire la planimetria della chiesa (ben inquadrata negli schemi architettonici diffusi dai normanni nell'Italia meridionale) insieme ad una prima topografia del complesso nel quale si riconoscono attualmente la chiesa, i ruderi del chiostro e del monastero, il grande muro di cinta.

Gli scavi attuali sono stati localizzati nella chiesa, in particolare nell'area del grande presbiterio e dell'abside maggiore. In questa zona, ad una profondità di 3-4 metri rispetto all'attuale piano di campagna (rialzato nei secoli dalle frequenti alluvioni del fiume Bagni) insieme ai muri perimetrali e ai grandi pilastri che sorreggevano le volte di copertura, è stato individuato un pavimento in marmo decorato con motivi geometrici realizzati con tasselli policromi, che, almeno nella sua fase originaria, può essere attribuito al periodo normanno. Sopra un podio rettangolare, anch'esso in marmo, leggermente rialzato rispetto al pavimento, in posizione centrale rispetto all'abside, si trovano i resti dell'altare ormai spoglio del probabile rivestimento marmoreo. La parte finale dell'abside maggiore, quella semicircolare, si trova attualmente sotto la vicina strada interpoderale che lambisce i resti della chiesa e che nei prossimi giorni verrà spostata per consentire la prosecuzione dello scavo. Sulle murature intonacate sono emerse tracce di graffiti e resti di affreschi purtroppo in cattivo stato di conservazione, attualmente in corso di restauro. Nei muri privi di intonaco, invece, si trovano numerosi materiali di reimpiego (pietre lavorate e laterizi vari) provenienti dai resti della città di Terina sulla quale insiste tutta l'area dell'abbazia.

E' bene sottolineare che in una simile situazione, caratterizzata dalla presenza di potenti interri, risalenti a periodi successivi alla distruzione del complesso (causata dal terremoto del 1638), lo scavo non restituisce molti materiali. Tra quelli fino ad ora rinvenuti si segnalano soprattutto frammenti di elementi architettonici in pietra lavorata e marmo, che verosimilmente ornavano l'interno della chiesa, pochi frammenti di ceramica e rari oggetti in metallo (ferro, bronzo), mal conservati e molto frammentari, in buona parte ascrivibili alle fasi più tarde del complesso. Questi materiali, in attesa delle operazioni di pulizia e catalogazione saranno custoditi nei magazzini del Museo Archeologico Lametino.

Dati interessanti sono stati prodotti anche dalla pulizia dell'area che ha consentito una migliore visibilità delle strutture superstiti, e che permetterà l'elaborazione di una nuova planimetria e lo svolgimento delle numerose attività di ricerca in programma sull'intera area del complesso abbaziale. Oltre agli scavi, infatti, sono già state avviate una serie di operazioni 'non distruttive' tra le quali il rilievo degli alzati (con relativa lettura archeologica degli elevati) effettuato mediante moderne tecniche di fotogrammetria digitale, il rilievo topografico con GPS, per l'elaborazione della nuova cartografia georeferenziata, insieme ad una campagna di prospezioni geoelettriche condotte da esperti di geofisica archeologica, mirate all'individuazione di strutture interrate.

Area archeologica di Terina: Indizi materiali della presenza di un insediamento antico nell'area di Sant'Eufemia Vetere risalgono circa alla metà dell'Ottocento, quando nel 1865 in contrada Terravecchia venne casualmente ritrovato un tesoro di gioielli venduto poi alla fine dello stesso secolo al British Museum di Londra, dove ancora oggi è conservato.

Nel 1884 F. Lenormant fu il primo ad avanzare l'ipotesi di localizzare in quest'area la città di Terina, subcolonia di Crotone, che le fonti antiche collocavano sulla costa tirrenica tra Temesa ed Hipponion, all'interno del golfo che dalla città aveva preso il nome di Golfo di Terina.

Le ricognizioni di superficie condotte all'inizio del '900 da Paolo Orsi diedero inizio alla ricerca scientifica in quest'area ed a lui si deve una prima ipotesi di sistemazione urbanistica della città antica, che non ebbe conferma immediata sul terreno attraverso una campagna di scavo.

Nel corso del '900 altri ritrovamenti fortuiti hanno rafforzato l'idea di localizzare in quest'area l'insediamento di Terina, ma soltanto nel 1997 sono state avviate ricerche archeologiche sistematiche che hanno portato alla individuazione di un impianto urbano organizzato, confermando la presenza dell'abitato antico della subcolonia di Crotone.

Nell'area finora indagata la parte della città messa in luce è un quartiere abitativo realizzato secondo assi paralleli che definiscono una maglia urbanistica regolare con un'organizzazione dello spazio ben definito.

Sono state individuate in particolare due strade larghe m 6,30 ed alcuni ambienti domestici coperti e scoperti, conservati soltanto a livello di fondazione. Alcuni degli ambienti indagati erano probabilmente adibiti ad attività artigianali. L'insieme delle strutture indagate si può inquadrare cronologicamente tra il IV ed il III sec. a.C., anche se ci sono indizi materiali di fasi precedenti, quali ad esempio blocchi di calcarenite riutilizzati nelle fasi più recenti.

Probabilmente quest'area deve ritenersi un ampliamento tardo dell'impianto della città fondata nel V sec. a.C., epoca a cui si riferisce la tabella di bronzo recuperata nel corso della campagna di scavo del 2002 in cui viene menzionato il demiurgo, carica presente anche a Crotone, che darebbe conferma definitiva dell'appartenenza di queste tracce urbanistiche alla città di Terina.

 

Casa del libro antico: situata in p.zza Campanella - Palazzo Nicotera -di Lamezia Terme, nasce nel 2002, conserva e valorizza oltre duemilacinquecento libri stampati dall'inizio del secolo XVI nei vari centri italiani (Venezia, Roma, Napoli) ed europei (Lione, Anversa, Parigi) ove fiorì l'arte tipografica, alcune opere manoscritte dello stesso periodo e frammenti di codici manoscritti greci ( probabile datazione XI) e latini (databili XIV-XVsec.) recuperati quali maculature, insieme a una serie di testimonanzie archivistiche. La collezione libraria e documentaria raccolta comprende opere di teologia, filosofia, patrologia, storia ecclesiastica ed esegesi, insieme a raccolte omiletiche, agiografiche, canoniche e bullari, ed è costituita soprattutto da fondi librari provenienti dai conventi dei Cappuccini e dei Domenicani di Nicastro e in piccola parte dalla biblioteca dei Frati Minimi di Sambiase. Importante è poi la presenza di alcuni testi più antichi sui quali si trovano annotazioni a margine apposte di proprio pugno di Tommaso Campanella. Inoltre tra il materiale conservato si trovano esemplari stampati dai celebri torchi di Manuzio, Giunta, Gioito, Froben e Platin. La Casa del Libro Antico è una biblioteca di conservazione e di ricerca, finalizzata alla tutela e alla valorizzazione dei beni librari, archivistici e documenti legati alla memoria culturale del territorio, mette a disposizione del pubblico: sale di consultazione e studio; un servizio di consultazione e studio dei libri antichi; un servizio di consultazione e studio dell'archivio storico dei Cappuccini di Nicastro; una sezione di consultazione a scaffale aperto; un apparato di pannelli didattici sulla storia del libro; un srvizio di informazione e consulenza per imterrogazione delle banche dati interne e remote; un servizio di visita guidata su prenotazione; iniziative culturali con particolare riguardo alla diffusione della lettura, alla conoscenza e comunicazione dell'informazione; tirocinio studenti universitari; servizi aggiuntivi.

Museo diocesano: Il Museo, ubicato al primo piano del Palazzo del Seminario Vescovile di Lamezia Terme, è stato inaugurato nel 1998. Al nucleo originario, esposto nel 1993 in una mostra permanente e composto per lo più da oggetti liturgici, si sono aggiunti tanti materiali provenienti dalle antiche diocesi di Nicastro e Martirano. La collezione esposta è una delle più importanti dei musei diocesani calabresi. Gli oggetti conservati sono testimonianza di grande valore artistico e di pregevoli manifatture. L'allestimento, strutturato in sette sezioni, mostra per la maggior parte opere ed oggetti realizzati da maestri meridionali e locali in un arco di tempo che va dal XV al XX secolo e raccontano l'evolversi della storia della diocesi e degli oggetti per essa prodotti. Tra i tanti materiali esposti, relativi per lo più a paramenti sacri e oggetti liturgici in argento, meritano attenzione un cofanetto in legno e avorio dipinto, di fattura arabo-sicula (XII sec.), due braccia reliquiari in legno, rame e ottone di Santo Stefano e San Giovanni, provenienti dall'antica abbazia di S. eufemia, realizzati da una bottega meridionale (XV sec.), uno scrigno in legno e madreperla, proveniente dalla Cattedrale di Martirano, opera di bottega meridionale (XVII sec.), una collana a vaghi aurei (ex-voto alla Madonna del Rosario), dono della Confraternita del SS. Rosario di Nicastro.Degna di nota è la statua in marmo della Madonna col Bambino detta Madonna delle Grazie, proveniente dall'antico Convento delle Clarisse di Nicastro e attribuita a Domenico Gagini (Bissone 1420/25 - Palermo 1492). Interessanti sono anche le sculture in legno policromo databili al XVI secolo ed opera di artisti meridionali.

Non mancano attestazioni della scuola roglianese che a partire dal XVI secolo diede vita ad una produzione locale di alto valore artistico documentata in diversi siti della Calabria. Tra i dipinti, per la documentazione della storia artistica locale, significativi sono quelli di Francesco Colelli (Nicastro 1734 - Zagarise 1820), di Cesare Costanzo (metà XVIII sec.), di Eduardo Fiore (Sambiase 1831 - San Benedetto Ullano 1916); mentre di particolare pregio artistico sono le tele raffiguranti S. Francesco d'Assisi, attribuito a Mattia Preti (Taverna 1613 - La Valletta 1699) e l'Assunta (XVII sec.) dipinta alla maniera di Carlo Maratti (Camerino 1625 - Roma 1713). Attenzione merita la tela, datata 1854, di San Vincenzo e la città di Nicastro di Ignoto pittore locale, per il suo elevato potere descrittivo e come importante opera documentale della storia artistica ed urbanistica della città di Nicastro.

Museo archeologico: L'ampiezza degli spazi consente l'articolazione della nuova esposizione in tre sezioni distinte: Preistoria, Età classica, Età medievale.

Preistoria. La sezione preistorica, dedicata allo studioso nicastrese Dario Leone, documenta la frequentazione umana in Calabria fin dai tempi remotissimi. Nelle sue vetrine sono esposti i più antichi strumenti utilizzati dai primi cacciatori paleolitici che abitarono la regione. Inoltre sono esposti i segni della presenza di agricoltori neolitici nella Piana Lametina (Casella di Maida, Acconia, San Pietro Lametino), a partire da 7500 anni fa.

Età Classica. Le più antiche testimonianze archeologiche di età greca, sporadiche, ma interessanti, appartengono al VII secolo a.C. e sono costituiti da frammenti ceramici, raccolti in località Sansinato, sull'istmo Lamezia- Catanzaro, che attestano l'utilizzazione dell'istmo quale via di comunicazione più breve e più comoda tra i mari Ionio e Tirreno. Ma le vetrine della sezione classica illustrano principalmente i rinvenimenti archeologici, epigrafici e monetali relativi a Terina, splendida  subcolonia di Crotone, la cui realtà urbana è stata individuata nell'area di Santa Eufemia Vetere, dove dal 1997 la Soprintendenza della Calabria conduce ricerche sistematiche.

Età Medievale. La sezione medievale finora dedicata prevalentemente al Castello di Nicastro, che ha origine normanna, si arricchisce dei reperti dell'Abbazia di S. Maria di S. Eufemia recuperti nella campagna archeologica del 2006.

Nelle vetrine sul Castello è esposta una selezione del materiale più significativo rinvenuto durante le campagne di scavo archeologico condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria dal 1993 in poi. La scelta dei pezzi, disposti nelle vetrine secondo un criterio strettamente cronologico, intende mostrare l'attestarsi nell'area della fortezza di una frequentazione continua dall'età bizantina e normanna all'età moderna. Altre vetrine illustrano i risultati delle indagini compiute nell'Abbazia Benedettina di Santa Eufemia, edificata tra il 1062 ed il 1065 da Roberto il Guiscardo sui resti di un antico monastero bizantino, con una campionatura dei materiali ceramici  frammentari  recuperati con la recente campagna di scavi e l'esposizione di altri reperti provenienti dall'Abbazia.

Bastione di Malta. Tra i beni architettonici presenti sul territorio lametino il Bastione di Malta è quello meglio conservato. La sua costruzione risale alla metà del XVI secolo, quando per fronteggiare le continue scorrerie dei saraceni riorganizzate sotto bandiera ottomanna, che minacciavano la sicurezza e i commerci delle città rivierasche, il vicerè di Napoli don Pedro da Toledo, per ordine della corona spagnola, impose alle comunità il rafforzamento a loro spese del sistema di difesa costiera già esistente.

Il tratto di costa dal Savuto fino al Turrina era sotto la giurisdizione dell'Ordine gerosolimitano dell'Abbazia di Sant'Eufemia detto dei Cavalieri di Malta da quando, nel 1530, questa isola era diventata la loro ultima sede.

Furono pertanto essi a costruire lungo questo fronte sia il poderoso Bastione, che ancora si erge maestoso e in buono stato ad 800 metri dalla battigia (per effetto dell'avanzamento nei secoli della linea di costa), sia le numerose torri costiere a nord e a sud di esso, poco distanti fra loro.

Il Bastione ha una struttura compatta, a base tronco-piramidale e soprastante torre quadrata, divisa all'interno  in quattro grandi ambienti con volte a botte.

All'interno della merlatura e del parapetto, un'ampia terrazza, su cui insistono tre ambienti di più modeste dimensioni, copre il Bastione.

Sulla porta d'ingresso alla torre quadrata sulla facciata est si trova lo stemma con scudo del Balì Fra Signorino Gattinara, che nell'iscrizione datata 1634 si attribuisce il merito di aver dotato il Bastione di macchine belliche.

Con la vendita dei beni ecclesiastici imposta nel regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte nel 1806, anche il Bastione divenne di proprietà privata.

Statua di Federico II: La statua monumentale in bronzo di Federico II di Svevia (Jesi, 26 dicembre 1194 - Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), realizzata dall'artista scultore lametino Maurizio Carnevali.

La statua bronzea rappresenta un'opera d'arte tale da divenire un riferimento culturale e sociale per l'intera comunità con lo scopo  di radicare nei cittadini il senso della memoria, di una parte della città ricca di storia.

Con la sua imponenza - oltre tre metri di altezza - sorge in via Garibaldi con la fronte rivolta al Castello che proprio Federico II ha ampliato rispetto all'originario prospetto normanno, rendendolo, soprattutto, un importante centro politico amministrativo, avendovi istituito la Tesoreria Regia con la funzione di incamerare le entrate tributarie da Roseto Capo Spulico fino alla Sicilia Peloritana.

Il governo imperiale di Federico II, stupor mundi, ha attribuito alla Città rilievo ed importanza, in quanto ha dimorato più volte ed amato il nostro castello ed i nostri luoghi rendendo la città pariordinata, quanto a rango imperiale, a Napoli, Palermo e Reggio, affrancandola dai vincoli feudali e rendendola Città Demaniale. Avendo apprezzato la sua centralità geopolitica, durante il suo impero i delegati della città di Nicastro partecipavano alla Curia Regia di Foggia insieme con quelli di Reggio, Cosenza e Crotone. 

Terme di Caronte: Secondo autorevolissimi scrittori moderni le nostre terme sarebbero da identificarsi con le degl'Itinerari romani. Chi ne fa una trattazione particolareggiata è il Pagano: < ...le sorgenti più considerevoli e celebrate di tutta la Calabria sono le moltissime sorgenti di S. Biagio, le quali erano ascritte per l'addietro a Nicastro.

Nel secolo XI erano dette le acque calde del Nocato o di Nicastro. La tradizione vuole che le acque termali di S. Biagio fossero state scoperte dal fiume Formiti, verso il 1667, e poi a caso trovate verso il 1717 da alcuni pastori. Lo Zanardo le definisce anche sorgenti dei SS. Quaranta, non perché siano formate da quaranta ruscelli ma perché bagnavano la contrada dei Santi Quaranta Martiri.

Le quattro polle d'acqua calda che si uniscono con la corrente del fiume Bagni creano diversi gradi di temperatura e l'ultima, la più calda di tutte ( con una gradazione che arriva sino a 39° ), con caratteristiche termali, ha preso il nome del favoloso Caronte, navicellaio dell'Inferno >. Leggiamo sugli < Annali Civili del Regno delle Due Sicilie. Fasc. 87, Maggio e Giugno 1847:...parecchie delle nostre acque sono andate perdute coll'andare degli anni, per sprofondamenti tellurici o per le formidabili alluvioni del torrente Bagni. Solo l'acqua di "Caronte" è tuttora intatta e nella quantità e nella qualità e nell'azione terapeutica.

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